Carne tecnologica

12 aprile 2008

Franco Arminio scrive

dopo il comizio comunitario a Cairano

dopo il convivio democratico al Grillo d’Oro

dopo la notte insonne a rimirar le luci della puglia

 

Gli amici, tanti, che sono venuti ad ascoltare il comizio di Cairano, hanno potuto vedere cos’è oggi un piccolo paese del sud. Hanno visto la paura di un sindaco di farsi vedere vicino a un candidato di quello che era il suo partito fino a qualche settimana fa; hanno visto la paura di farsi vedere delle persone a un comizio di un partito che non è quello di chi comanda nel paese.

Per me è stato un esperimento interessante, da ripetere. Il comizio-conversazione è un modo di far parlare il paese mentre si parla al paese. Non sei tu a raccontare il mondo, ma è il mondo che poco alla volta e inevitabilmente si racconta.

 

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Il modo come i giornali locali hanno seguito la campagna elettorale rispecchia il fatto che questi giornali non servono a spiegare come stanno le cose. Insomma, non sono giornali. Tutte le cronache che avete letto sui vari comizi non erano fatte da giornalisti inviati, ma erano comunicati stampi inviati da quelli che avevano parlato. Insomma la politica (continua)parla e poi parla anche di quello che ha detto senza che ci sia un vero giudizio esterno.

 

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La campagna elettorale ha questo di curioso: tutto quello che fai e che dici non ha una risposta immediata: è un cerchio che resta aperto, che si chiuderà solo con le votazioni.

 

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Parlare di “candidati” a queste elezioni è sbagliato. Semplicemente ci sono persone nominate per andare in parlamento e altre persone scelte per restare fuori.

È abbastanza evidente che in tutte le liste le persone nominate per andare in parlamento non sono migliori di quelle scelte per restare fuori.

 

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Io credo che il problema di molti politici sia il fatto che non abbiano un rapporto con la morte. Per fare una grande politica ci vuole un senso vivissimo della precarietà. Bisogna andare a dormire senza essere convinti che il giorno dopo avremo da fare questo o quello, andare a dormire pensando che siamo tutti dei gattini ciechi e che in fondo tutto il nostro stare al mondo alla fine si riduce a qualche miagolio, a qualche graffio.

 

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Quasi tutte le cose che scrivo dipendo dal fatto che il mio stomaco non funziona. Alle cinque del mattino mi sale un calore dal ventre, è come se il cibo digerito lasciasse un bruciore sulle pareti dello stomaco, una memoria del suo passaggio. E così mi alzo e mi metto a scrivere. In questi risvegli c’è anche, forse, una voglia inappagata: la voglia di finirla con tutto questo buio e questo sonno. In realtà sono tanti anni che non facciamo altro che dormire e sarebbe il caso di svegliarsi.

 

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Strana questa comunità provvisoria e strano questo laboratorio democratico. Ci sono persone che si affacciano, altre che spiano, altre che si offrono. Noi abbiamo bisogno solo di persone che si offrono, che bruciano come legna nel fuoco. Non è facile offrirsi, bisogna avere il senso del fallimento, il senso che nella vita in fondo non abbiamo niente da difendere e ogni attimo in cui non diamo tutto è un attimo perso. Chi agisce perennemente sotto la legge del ricavo alla fine non ricava niente.

 

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Guardo alla finestra, è arrivato il giorno. Vorrei usarlo veramente, usarlo intensamente questo giorno che è arrivato. Vorrei farlo insieme agli altri. E invece è come riscaldarsi per una partita che non giochiamo mai.

 

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Le riunioni della comunità o del laboratorio a un certo punto sembrano riunioni fatte apposta per farci la foto di gruppo. È come se volessimo dare a noi stessi l’illusione che non siamo soli, che veramente ci stiamo mettendo insieme. A volte sono le illusioni a partorire le cose vere. Altre volte le cose vere partoriscono le illusioni.

 

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Una cosa è sicura con questa storia del laboratorio e della comunità: dovremmo avere qualche persona in più al nostro funerale. Con la scusa della politica o delle visite ai paesi stiamo costruendo delle belle amicizie, provvisoria e lacunose, come possono essere oggi le amicizie.

 

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Ci sono delle associazioni formata da una solo persona. In giro non vediamo persone ma sigle, fotografie, didascalie, cartellini col prezzo. Non vediamo corpi, ma involucri. Parliamo non da un corpo all’altro, ma da una vetrina all’altro. Non ci esponiamo, ma raccontiamo il fatto che siamo esposti: siamo merce che si acquista, siamo merce che acquista.

 

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Sto scrivendo per aspettare l’ora in cui apre l’edicola, in cui gli altri si alzano e posso vestirmi e uscire, distrarmi nel commercio con il mondo. Adesso sono qui a raccontare questo commercio. Scrivere è un po’ come stampare monete e pensare che vengano adottate al posto delle monete in corso.

 

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Ieri sera dopo il comizio a Bisaccia alcuni amici sono venuti a stringermi la mano. Per me questo è un miracolo. Non so se sono crepe nella dittatura del rancore oppure è solo un modo per attenuarla, diluirla in modo che duri più a lungo.

 

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Il parlamento è un loculo, una fossa comune. Noi mandiamo alcuni nostri concittadini a morire per alcuni anni e poi ce ne lamentiamo pure. Noi che restiamo felici, liberi, all’aria aperta. Il parlamento è un luogo senz’aria, un sottomarino, un’anfora perduta sul fondo di una democrazia dove non arriva mai il sole. Ci vantiamo pure che adesso nel loculo abbiamo mandato anche tanti giovani: li vedremo presto, li vedremo imbiancati, sepolcrali.

 

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La politica mi ha resto pronto alla vita, specialmente alla vita con le donne. Ho una luce nuova negli occhi, sono uscito dalle ombre della nevrosi. Non posso dire che queste affermazioni sia false e neppure che siamo vere. Oggi essere umani significa essere un intreccio di verità e finzione. Prima che verso gli altri noi produciamo continuamente delle verità e delle finizioni per andare avanti nel rapporto con noi stessi. Funzioniamo come persone, ma anche come un giornale, un telefonino, una macchina fotografica. Noi non siamo noi stessi, siamo i media che parlano della nostra anima. Siamo carne tecnologica.

 

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Parlare in pubblico e scrivere sono cose assai diverse. Nel primo caso le parole devono salire. Nel secondo caso devono scendere. In entrambi i casi ci vuole un gas che spinge altrimenti non succede niente. Altrimenti le parole salgono o scendono nel vuoto.

 

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Ci sono persone che amano le cose che scrivo e che io vorrei conoscere. Anche loro vorrebbero conoscermi, ma il mondo è una foresta e bisogna fare molti incontri sbagliati perché arrivi ogni tanto qualche incontro giusto.

 

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Torno al comizio di ieri sera a Cairano. A un certo punto per far funzionare lo spettacolo della serata ho usato alcuni espedienti televisivi. Avevo il microfono in mano e i vecchi che si sono avvicinati in fondo è come se avessero sentito in me un odore televisivo. La serata è stata un misto di verità e finzione. Era uno studio televisivo. I miei amici facevano la parte del pubblico. Io ero il presentatore e gli abitanti di Cairano erano gli ospiti. Mancava il pubblico a casa. Lo spettacolo era destinato a noi stessi.

 

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Ho provato varie volte a leggere “La società dello spettacolo” di Debord, ma faccio fatica a capire. Forse ieri sera a Cairano abbiamo messo insieme Debord e Baudrillard. Non lo abbiamo fatto apposta e questo è il nostro merito.

 

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Oggi volendo avrei delle cose da fare: posso girare per il paese e dare un po’ di carte per le votazioni. La politica riempie le giornate, questo è indubbio. Come è indubbio che quasi sempre le riempie di niente. Niente di grave. Quello che conta è esserne consapevoli. Il guaio dei politici è che loro sono il niente che siamo tutti, ma è un niente che pretende di organizzare il tutto.

 

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Parlare in pubblico viene prima della scrittura. In effetti io scrivevo perché non potevo parlare in pubblico. Il primo comizio lo fece Dio ad Adamo ed Eva e da allora non abbiamo più smesso.

 

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Spesso si sente dire che bisogna “fare i voti”. Al mio paese uno di quello che va in giro a fare i voti è un medico. Un poeta come fa ad andare in giro a fare i voti. Un poeta racconta la malattia, la sfrutta, non promette di guarirla.

 

PER VEDERE  LE FOTO DEL COMIZIO A  CAIRANO cliccare sul link seguente

http://www.flickr.com/photos/verderosa/sets/72157604369741210/with/2385869086/

One Response to “Carne tecnologica”

  1. Caro Franco, vorrò consegnarti e consegnare a tutti delle riflessioni su ciò che è stato fino ad oggi… se ci riuscirò !
    Per adesso solo una cosa, stò vivendo una esperienza improvvisa ed inaspettata, dove stò ritrovando il senso che stavo perdendo dello stare in mezzo agli altri, dello stare al mondo.
    La vita che uno prova a mettere in scena è ricca di maschere che disegnano , per gli altri che ti frequentano, personaggi sempre diversi, forse, o come tali percepiti.
    C’è un seme gettato con la comunità provvisoria e con il laboratorio democratico, è una semina alla quale mi sento di aver partecipato, dalla quale deve germogliare nuovo amore e nuova bellezza. Amore per le donne, amore per gli amici, amore per il proprio paesaggio… è vero che l’amore salva il mondo ??
    Questo è il mio modo di stare nel LAboratorio Democratico … a presto … per continuare una bella politica ed immaginare una grande politica per questi paesi.
    Luca b.

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